Come un sol uomo i paesi della UE hanno avviato una dura campagna per liberare “il Parma” ed altre 34 indicazioni geografiche (IG) abusivamente fatte proprie da produttori non europei (tra cui il Roquefort, lo Champagne, il Gorgonzola…). Non è ancora un riscatto dalle lacerazioni sulla liberazione dell’Irak, ma la “strategia gastronomica” europea appare comunque solida.
Obiettivo: creare un registro multilaterale delle IG, in modo da assicurare loro una protezione analoga a quella che ricevono nel territorio dell’Unione ed estendere le tipologie di prodotti cui sono applicabili.
La questione, che l’UE intende inserire nell’ambito dei negoziati commerciali che precedono la conferenza ministeriale WTO di Cancun, non è affatto di poco conto: secondo la Commissione al destino delle IG è legato quello di una parte rilevante dell’economia europea, ad esempio, quello di 138.000 aziende agricole in Francia e di circa 300.000 lavoratori in Italia. Nella UE esistono ben 4800 IG (4200 per vini ed altri alcolici e 600 per altri prodotti).
Secondo la portavoce della Commissione Arancha Gonzalez “la recente riforma della PAC va nel senso di una competizione internazionale basata sulla qualità e non più sulla quantità, anche a vantaggio dei paesi in via di sviluppo. Ma questo nostro sforzo rischia di risultare vano se il principale strumento per far valere tale qualità, le indicazioni geografiche, non sono protette sui mercati internazionali”.
Per Bruxelles la tutela offerta attualmente dalle regole del WTO sono insufficienti: ad esempio, nulla impedisce ad un produttore americano di etichettare un proprio formaggio “stile Roquefort” se da qualche parte nel prodotto è scritto “made in the USA”. A questo va aggiunto il problema delle indicazioni geografiche che – prima che l’accordo TRIPs entrasse in vigore e vietasse tali pratiche –siano state registrate come marchi nei paesi terzi. Caso emblematico, quello del “Parma”, registrato come marchio da un cittadino canadese quando era ancora possibile farlo, con il risultato che in Canada può essere venduto come “Parma” un prosciutto che di Parma non è, mentre l’originale deve essere commercializzato con il marchio “Number 1 Ham”, con perdite che Bruxelles stima in circa 3 milioni di euro annui.
“Abbiamo predisposto una lista di 35 indicazioni geografiche che sono divenute generiche nel commercio internazionale o che sono divenute marchi registrati: vogliamo riaverle indietro e utilizzarle in modo esclusivo” dichiara Arancha Gonzalez.
E proprio il Canada, con USA, Australia e Argentina, è in prima linea nell’opporsi alle rivendicazioni dell’UE. Sergio Marchi, ambasciatore canadese al WTO, afferma che “la questione non fa parte dell’agenda negoziale concordata a Doha ed in ogni caso sarebbe inutili i nostri sforzi per liberalizzare il commercio agricolo se poi, attraverso il diritto esclusivo di utilizzare denominazioni che in molti paesi sono ormai di utilizzo comune, si ricreano situazioni di monopolio.
La battaglia, in un dossier già abbastanza spinoso, si preannuncia difficile. L’UE ha sul tavolo argomenti, oltre che interessi, forti. Non altrettanto sembra esserlo la sua credibilità, minata da politiche commerciali ancora troppo protezionistiche nel settore primario e certo non rafforzata da una riforma della PAC che in molti giudicano “annacquata”.
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