di Stefano Mazzocchi [1]
Il diritto di muoversi da un luogo ad un altro, il "diritto naturale", come lo descriveva Thomas Jefferson, "degli uomini di lasciare il paese dove la nascita o un altro evento accidentale li abbiano portati, e di cercare la sopravvivenza e la felicità ovunque possano trovarla", è, innanzi tutto, un diritto umano, da difendere ed affermare al di la di ogni altra considerazione.
Tuttavia la difesa di tale diritto e la critica alle politiche proibizioniste in materia di immigrazione possono trarre origine anche da considerazioni economiche legate alle opportunità di crescita e sviluppo che l'immigrazione offre.
Il desiderio di migliorare, se non di consentire, la propria vita e quella delle persone care, è cio che spinge, oggi come nel passato, una moltitudine di uomini e di donne ad affrontare la fatica, i rischi e il dolore, che l'abbandonare la propria terra comporta.
Nel perseguire tale self-interest, queste persone hanno, in ogni tempo, accresciuto il benessere e la ricchezza dei paesi che hanno loro offerto accoglienza. Nelle pagine che seguono cercherò di offrire al lettore una descrizione sintetica dei principali canali attraverso cui l'immigrazione contribuisce alla prosperità di un sistema economico.
I caratteri dell'immigrazione
Una analisi dei contributi e degli effetti dell'immigrazione su un sistema produttivo non puo' prescindere da una ricostruzione di quelli che sono i aratteri "comportamentali" piu' rilevanti, da un punto di vista economico, e statisticamente più ricorrenti, tra gli immigrati: questi caratteri riguardano, la composizione per età, il tasso di partecipazione alla forza lavoro e il tasso di disoccupazione, la propensione all'avvio di una attività di impresa, la propensione al risparmio, la mobilità geografica, la fertilità, la propensione al crimine.
A tale riguardo occorre premettere che le diverse ricerche svolte[2] pervengono a risultati fortemente simili nei vari paesi considerati. Questo consente, a mio giudizio, di dedurre alcuni caratteri generali degli effetti economici dell'immigrazione (almeno di quella che ha motivazioni « economiche », essendo diverso il caso dei rifugiati), e degli individui che la compongono.
* Composizione per età : cio' che caratterizza, pressochè in ogni tempo e luogo, le popolazioni migranti è la fortissima prevalenza di giovani adulti all'inizio della loro vita lavorativa[3]. La composizione per età in particolare, è uno dei principali canali attraverso cui gli immigrati contribuiscono (vedremo più avanti come) allo sviluppo economico del paese di destinazione e della popolazione nativa; le ragioni della concentrazione degli immigrati nelle classi di età più giovani sono facilmente individuabili : i giovani hanno dinanzi a loro più tempo per recuperare i costi (finanziari e umani) legati alla migrazione, minori investimenti (inclusi quelli rappresentati dalla rete di rapporti sociali instaurati negli anni) legati alla permanenza nel paese di origine.
* Tasso di attività (partecipazione alla forza lavoro): analisi condotte in diversi paesi sviluppati concordano fortemente nel rilevare che la partecipazione alla forza lavoro delle popolazioni immigrate è sensibilmente maggiore rispetto a quella dei nativi. Questo è principalmente conseguenza della composizione per età appena vista. Tuttavia, anche confrontando nativi ed immigrati non globalmente, ma all'intern di particolari categorie di età/sesso, si ritrova, in molti casi, tale maggiore tasso di attività : questo è vero in particolare tra le donne (in tutte le classi di età) e tra le classi di età più giovani (15-25 anni) e più anziane (54-65 anni) degli uomini. Malgrado questa maggiore propensione ad entrare nella forza lavoro, il tasso di disoccupazione tra gli immigrati raramente è superiore a quello dei nativi.
* Propensione ad avviare una nuova impresa : anche nei paesi più sviluppati, una ampia quota di posti di lavoro (tra il 35% e il 50%) sono collocati nella piccola impresa[4] (questo è vero in particolare per l'Italia). Tuttavia se consideriamo la creazione di nuovi posti di lavoro osserviamo che il ruolo della piccola impresa è di assoluta centralità : essa crea, nelle economie evolute, tra il 50% e il 70% dei nuovi posti di lavoro. Ciò che sembra caratterizzare gli immigrati è una maggiore propensione, rispetto ai nativi, ad avviare una propria attività di impresa (commercio al dettaglio, servizi personali). Sul fenomeno esistono oggi poche analisi ; quelle esistenti, relative agli USA[5], confermano la maggiore frequenza del lavoro autonomo tra gli immigrati rispetto ai nativi con livello di istruzione simile. Per quanto riguarda l'Italia, una recente indagine[6] della Confartigianato di Treviso, effettuata in quella stessa provincia, sembra condurre nella stessa direzione : nel corso del 1999, mentre il numero dei lavoratori dipendenti immigrati passava da 1095 a1899, giungendo al 10% del totale, ben 200 immigrati diventavano titolari di altrettante imprese artigiane[7]. Questi risultati sono con tutta probabilità da attribuirsi alla autoselezione operata dai flussi migratori : a partire sono i più intraprendenti, i più ricchi di iniziativa, coloro che hanno più fiducia nei propri mezzi e nella possibilità di trarre beneficio da una situazione radicalmente nuova. L'impulso alla nascita di nuove imprese associato alle considerazioni svolte poc'anzi sulla capacità di creare post di lavoro da parte della piccola impresa, mostra come l'immigrazione possa avere effetti positivi sull'occupazione degli stessi nativi[8].
* Fertilità e mortalità : Il tema della fertilità degli immigrati è spesso utilizzato da chi vuole contrastare i flussi immigratòri : partendo dalla ipotesi che tale tasso di fertilità sia notevolmente superiore a quello dei nativi, si giunge alla tesi per cui questo comporterebbe un onere per le finanze pubbliche derivante dal fatto che la prole degli immigrati è improduttiva e grava (in particolare per gli oneri scolastici) sulla collettività. Ammessa e non concessa l'ipotesi di partenza, occorre dire che più bambini oggi equivale a più adulti, che saranno lavoratori produttivi, domani, ovvero a maggiori imposte, tasse e contributi versati nelle casse dello Stato. Ma è la stessa ipotesi di partenza ad essere infondata : numerose indagini[9] rilevano che la fertilità della popolazione immigrata non si discosta sensibilmente da quella della popolazione nativa. Qualche scostamento invece sembra sussistere sul piano della mortalità degli immigrati, che risulta spesso inferiore a quella dei nativi (risultato, questo, che non può sorprendere se si tiene presente il già citato processo di selezione che sempre operano i flussi migratòri).
* Propensione al risparmio : Il risparmio ha un ruolo fondamentale nell'assicurare le risorse agli investimenti (tanto in capitale fisso quanto in capitale umano, oggi sempre più importante). La minore età media si riflette anche sulla propensione al risparmio complessiva della popolazione immigrata : coerentemente con la teoria del ciclo vitale[10] elaborata da Modigliani, la propensione al risparmio degli immigrati risulta normalmente superiore a quella dei nativi.
* Mobilità : E' difficile sopravvalutare l'importanza economica della mobilità dei fattori produttivi, del lavoro in particolare, nell'accrescere l'efficienza allocativa e la flessibilità di un sistema economico. Come facile intuire gli immigrati costituiscono una componente delle forze di lavoro particolarmente mobile, poiché, a differenza dei nativi, non hanno ancora accumulato uno stock di conoscenza e di relazioni con persone ed istituzioni tale da rendere economicamente più conveniente rimanere in un dato luogo che ricominciare altrove. A questo deve aggiungersi il forte peso, tra gli immigrati, dei giovani, più soggetti a cambiamenti di lavoro.
* Crimine : Come ben evidenziato nell'intervento di Carmelo Palma e Giulio Manfredi i dati statistici relativi alla criminalità in Italia mostrano, al di la dei sensazionalismi mediatici, come il tasso di criminalità tra gli immigrati regolari sia inferiore rispetto a quello dei cittadini italiani. Studi condotti su altri paesi mostrano lo stesso risultato (in particolare si riscontra che se il confronto tra immigrati e nativi avviene non globalmente, ma ponderando il sesso e l'età, gli immigrati sono, talvolta propensi al crimine tanto quanto i nativi, e, normalmente, meno dei nativi).
In estrema sintesi, i caratteri comportamentali più ricorrenti tra gli immigrati (risultanti dalla « autoselezione » operata dal flusso migratorio) sono tali da assicurare ai paesi di immigrazione quelle risorse umane, produttive, creative che maggiormente possono contribuire al dinamismo, alla flessibilità e alla crescita del sistema economico.
Riflessi dell'immigrazione sulle finanze pubbliche
E' piuttosto frequente l'utilizzo, da parte di coloro che propongono politiche contro l'immigrazione, della tesi secondo la quale gli immigrati costituirebbero un peso per le finanze pubbliche e per i cittadini, poiché questi usufruiscono di tutti i servizi dello « stato sociale » (sanità, scuola, assistenza sociale, pensioni, *) senza aver contribuito a costruirlo e a finanziarlo. Tuttavia tanto la logica quanto l'evidenza empirica mostrano quanto questa obiezione sia infondata e pretestuosa. Al contrario, studi[11] cndotti proprio in quei paesi con maggiori tassi di immigrazione (USA, Australia, Israele, *) mostrano come gli immigrati usino una quota di quei servizi inferiore rispetto sia alla loro consistenza demografica, sia rispetto alle risorse che versano nelle casse pubbliche.
La ragione principale di questo risiede nella particolare composizione per classi di età che caratterizza gli immigrati : l'immigrato « tipo » è giovane, all'inizio della sua vita lavorativa, con un numero di figli relativamente basso. Questo comporta un relativamente basso utilizzo di prestazioni sanitarie, previdenziali, scolastiche, assistenziali.
Dinanzi all'obiezione secondo cui queste considerazioni non sarebbero automaticamente applicabili ai sistemi di welfare europeo continentale, caratterizzati da prestazioni « pesanti », occorre ricordare come quei sistemi siano altresì gravati da una fiscalità non meno pesante (che colpisce tanto i nativi quanto gli immigrati) e che, quindi, i due « maggiori pesi » tenderebbero, quanto meno, a bilanciarsi. Cruciale è invece il ruolo che l'immigrazione può avere, proprio nei paesi europei, nell'assicurare la sostenibilità dei sistemi previdenziali, minati dalla dinamica demografica della popolazione nativa, oltre che da squilibri intrinseci : la giovane età media degli immigrati fa si che questi finanzino, per molti anni, l'erogazione di prestazioni previdenziali a beneficio della popolazione nativa, prestazioni che riceveranno, a loro volta, in epoca remota[12]. Pertanto, l'afflusso degli immigrati riduce il peso dei sistemi previdenziali a carico dei nativi e ne accresce la solidità finanziaria.
In conclusione, non appare avere fondamento l'affermazione secondo cui gli immigrati, usufruendo di risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle apportate, peserebbero sulle finanze pubbliche, e quindi sui cittadini. Viceversa, è spesso vero che gli immigrati contribuiscono alle casse dello stato che li ospita più di quanto non prendano da ess.
Gli effetti sulla disponibilità delle risorse e la « Capital dilution »
A volte capita di sentire questa argomentazione, di ispirazione chiaramente malthusiana : l'immigrazione, nell'aumentare la popolazione, implica una minore disponibilità di beni capitale (ad esempio la terra) pro-capite. Questo effetto di « diluizione del capitale » e di maggiore pressione sullo stock di risorse esistenti, causerebbe una perdita a carico della popolazione nativa[13]. Va innanzi tutto sottolineato che se è vero che questa maggiore pressione sui beni capitale può creare un aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, è altresì vero che la crescita dei prezzi riguarderà gli stessi beni capitale posseduti dai nativi ; dunque il valore del loro capitale crescerebbe grazie all'arrivo degli immigrati. Ma anche questo effetto di pressione sui beni capitale esistenti, che se spinto oltre un certo livello comporterebbe l'avverarsi dell' « incubo malthusiano », è un effetto solo di breve o brevissimo periodo : lo stock di capitale non è fisso ma può espandersi[14], anche molto rapidamente.
La creazione di nuove risorse è un elemento costante della storia dell'umanità, ed è sempre stata inscindibilmente legata alla pressione esercitata da una popolazione crescente sulle risorse disponibili. E sempre nella storia, la creazione, l'offerta, di nuove risorse non solo ha coperto l'incremento della domanda ma è stata tale da rendere disponibile uno stock di risorse pro-capite largamente superiore a quello precedente[15]. Ed oggi questa considerazione ha ancora maggior peso poiché l'importanza del capitale fisico[16] (la cui offerta è, nel breve termine, relativamente poco elastica) decresce, mentre assume un ruolo sempre più cruciale un altro tipo di risorsa produttiva : il capitale umano (la cui offerta, invece, può con maggiore facilità adeguarsi alle necessità).
Effetti su produttività, tecnologia e capitale umano
Nella storia gli immigrati anno sempre avuto, ed hanno tutt'ora, il fondamentale ruolo di trasportatori di idee e di conoscenze. Il patrimonio culturale e scientifico che le popolazioni portano con se dà nuova linfa e nuovo vigore a quello dei nativi, stimola la creazione di nuove idee, che originano dalla combinazione delle idee trasportate con quelle già esistenti nel paese di destinazione. Questo processo di creazione di idee è un processo immateriale e dunque, spesso, poco visibile all'esterno[17] e difficile da misurare in termini quantitativi. Eppure si tratta di un processo chiave nella creazione di nuovi bisogni e, dunque, di nuovi beni e servizi, e di nuovi modi di organizzare l'attività creativa e produttiva.
Oltre a produrre questo benefico effetto di « osmosi culturale », in molti paesi avanzati l'afflusso di immigrati offre una soluzione rapida al problema, particolarmente grave nel settore delle nuove tecnologie, della insufficienza di lavoratori ad alta qualificazione[18].
L'immigrazione influisce sulla produttività e sulla tecnologia anche attraverso un altro canale : gli immigrati, al pari dei nativi, producono beni e servizi e consumano il loro reddito per acquistarne altri. Questo loro ruolo di consumatori aggiuntivi amplia la dimensione del mercato e della domanda complessiva. Già Adam Smith individuava nella dimensione del mercato un elemento cruciale di influenza sulla produttività : al crescere di tale dimensione si accresce la divisione e, di riflesso, la produttività del lavoro ; cresce inoltre il valore assoluto degli investimenti in capitale produttivo (e, spesso, in nuova tecnologia).
« Job displacement »? Immigrazione, disoccupazione e salari
E' piuttosto diffusa l'opinione * alimentata con particolare vigore dai sindacati dei lavoratori - che « gli immigrati rubano il posto di lavoro ai cittadini ». Si tratta forse dell'argomento maggiormente utilizzato da chi osteggia l'immigrazione, poiché è quello che più fa presa nell'opinine (e nell'emotività) dei cittadini. Tuttavia l'argomento non regge ad una analisi più attenta.
La prima considerazione da fare è che, come ricorda Antonio Martino nella intervista concessa a D&L, il mercato del lavoro è fortemente segmentato, e che non esiste un unico mercato del lavoro, ma esistono molti « micromercati » del lavoro ; il profilo del disoccupato italiano è, per qualificazione e aspettative, normalmente diverso da quello dell'immigrato, per cui è raro il verificarsi di una concreta concorrenza tra le due tipologie di lavoratore.
In secondo luogo, ribadiamo, il lavoratore immigrato non solo produce, ma consuma beni e servizi ; l'effetto espansivo sulla domanda di tali consumi è di per se creatore di nuove possibilità di occupazione per i nativi[19].
In terzo luogo l'afflusso di lavoratori disposti ad accettare salari relativamente bassi consente a molte produzioni labour-intensive, minacciate dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo (dove il costo del lavoro è basso), di rimanere competitive, di continuare ad esistere senza doversi trasferire in un altro paese (cosa che comporterebbe la perdita di numerosi posti di lavoro).
Infine, occorre ricordare il ruolo che l'immigrazione di lavoratori ad alta qualificazione sta avendo sulla creazione di nuova occupazione nelle economie avanzate : un recente studio, relativo agli USA, del Cato Institute mostra che ogni nuovo lavoratore dotato di professionalità specifiche nei settori ad alto valore aggiunto (in particolare nel settore hi-tech), provoca, come effetto indotto, la creazione di circa 3 nuovi posti di lavoro nei settori tradizionali.
In definitiva, la teoria del « job displacement » da parte degli immigrati e a danno dei nativi è inconsistente poiché poggia sull'errato assunto che il numero di posti di lavoro sia uno « stock » prefissato.
Altrettanto superficiale risulta l'argomento (anche questo utilizzato in paticolare dai sindacati) secondo il quale i nativi sarebbero impoveriti dall'arrivo di manodopera immigrata, disposta ad offrire il proprio lavoro a salari più bassi ; se i lavoratori nativi vogliono conservare il loro lavoro devono accettare anch'essi un salario più basso. E' certo vero che il lavoratore immigrato usa lo strumento della concorrenza di prezzo (il salario) per trovare una occupazione. Tuttavia non si devono trascurare gli effetti « collaterali » (e tutt'altro che « secondari ») di questo comportamento sul sistema economico : salari più bassi in alcuni settori significa, minori costi di produzione e, quindi, prezzi inferiori e maggiore produzione. I minori prezzi vanno a beneficio del pubblico dei consumatori, i quali dispongono ora di maggiore potere di acquisto da indirizzare verso altri prodotti che in precedenza non avrebbero potuto acquistare. Questo provoca un aumento nella domanda di lavoratori in quei settori dell'economia verso i quali la domanda aggiuntiva dei consumatori si è indirizzata ; per attirare manodopera aggiuntiva in questi settori, le imprese saranno disposte ad offrire ai potenziali lavoratori salari più elevati. Risultato complessivo : più potere di acquisto per i consumatori, maggiore richiesta di lavoratori e, in molti settori, maggiori salari[20].
Che esista una forte correlazione positiva tra immigrazione e sviluppo economico, lo si può agevolmente constatare semplicemente osservando le serie storiche relative alla crescita del PIL e all'occupazione dei paesi, del presente e del passato, con i tassi di immigrazione più elevati. Le considerazioni appena svolte consentono, a mio giudizio, di leggere questa correlazione (puramente statistica) in una chiave che vede proprio nell'immigrazione uno degli elementi determinanti della crescita economica. Dunque una liberalizzazione dei flussi migratori è un obiettivo che gli stati dovrebbero perseguire, anziché considerare come una minaccia.
E' innegabile che un fenomeno di coì ampia portata va governato con regole certe e pragmatiche, e che anche la scelta di consentire maggiori ingressi può sollevare, nel breve periodo, problemi. Questi problemi, tuttavia, possono essere ampiamente compensati dai benefici descritti sopra, purchè il mercato del lavoro, l'impresa, il sistema scolastico e formativo, il mercato immobiliare, siano liberati da regolamentazioni dirigiste e corporative che impediscono il pieno dispiegarsi delle energie creative e produttive che gli immigrati possono apportare alle nostre economie. I principi economici del laissez-faire e del laissez passer sono inscindibilmente legati ; i vantaggi derivanti dalla globalizzazione, da una più libera circolazione dei beni e dei servizi, resteranno ben al di sotto del loro livello potenziale se non si realizzerà una più libera circolazione dei fattori produttivi, e del lavoro in particolare.
Come scriveva Wilhelm Ropke, « in una società liberale, le frontiere nazionali sarebbero confini puramente amministrativi tra aree di responsabilità per la protezione della vita e della proprietà » ; oggi, troppo spesso, le frontiere sono trincee erette a difesa di privilegi e poteri nazionalistici e corporativi, minoritari e parassitari rispetto al loro stesso paese.
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