In prima battuta la decisione della Commissione europea di sanzionare Microsoft per abuso di posizione dominante appare "nelle cose". Microsoft, come insegna l'esperienza quotidiana di decine di milioni di italiani, domina il mercato del software ed il suo "dominio" si è fatto negli ultimi dieci anni sempre più evidente.
Non solo, l'azienda fondata da Bill Gates è incorsa nei rigori della disciplina antitrust americana e probabilmente solo il cambio di atmosfera politica le ha risparmiato guai peggiori, come lo smembramento (da una parte il sistema operativo dall'altra le applicazioni).
Ciò detto però la decisione portata a termine con determinazione dal Commissario Monti presenta alcuni elementi contraddittori e alcuni rischi su cui è bene riflettere.
Il compito di una legislazione antitrust non dovrebbe essere quello di punire il danno, per quanto grande, arrecato nel quadro di una corretta dinamica competitiva da una impresa ai suoi concorrenti se ad esso non corrisponde anche un danno ai consumatori.
Ne deriva che le legislazioni antitrust di norma consentono la formazione di situazioni di tipo monopolistico (come nel caso di Microsoft) se queste possono, costituendo un premio per le imprese più efficienti e innovative, beneficiare i consumatori e non essere, dunque, considerate come una fattispecie di “fallimento del mercato”. A tal fine, una delle principali valutazioni che le autorità debbono compiere è da un lato capire quanto a lungo può durare tale situazione di monopolio o di forte dominanza, dall’altro se questa favorisca, oppure no, l’innovazione e l’efficienza a beneficio dei consumatoi. Esercizio questo che, soprattutto nel campo delle tecnologie informatiche appare estremamente difficile e tale da far prendere in considerazione il rischio (e i costi) di un eventuale “fallimento dei regolatori”.
Va sottolineato che la decisione della Commissione poggia essenzialmente su un pilastro, ovvero il dominio di Microsoft nel campo dei sistemi operativi per PC. Tale dominio, la cui dannosità per il consumatore non è facilmente dimostrabile, è probabile continui a breve termine; ma nessuno in realtà, in un settore dinamico ed in "rivoluzione permanente" come quello informatico, può dare per scontato si manifesti anche nel medio o lungo termine. Basti pensare al ruolo che sta assumendo Linux come alternativa sempre più credibile a Windows, anche in considerazione delle decisioni prese da una azienda come IBM o da un paese come la Cina; o alle numerose aree "Windows-free" in settori importanti delle telecomunicazioni (ad esempio nella telefonia mobile).
Le stesse aziende che hanno iniziato l'azione contro Microsoft (in particolare Sun Microsystems e Real Networks) sono oggi tra le più forti nei rispettivi mercati, e hanno goduto di posizioni di dominio grazie alla loro capacità innovativa. E’ chiaro che in un questo settore le posizioni di dominio si formano e si erodono con pari rapidità e questo dovrebbe portare giudicarle con prudenza e pragmatismo, sulla base del presupposto che l'evoluzione del mercato è impossibile da prevedere.
Certo, una corretta dinamica competitiva implica la repressione dei comportamenti sleali (di cui secondo la giustizia americana Microsoft si è resa colpevole, ad esempio vicenda che l'ha vista contrapposta a Netscape) e la posizione di dominio su un dato mercato non va esportata con pratiche scorrette; ma tale posizione, nel momento in cui acquisita con mezzi leciti, non deve divenire una fonte di penalizzazioni "automatiche" o ingiustificate. L’impressione è che Microsoft sia divenuta, malgrado il ruolo trainante che indiscutibilmente essa ha auto nella rivoluzione tecnologica di questi anni, una sorta di sorvegliato speciale: il che può essere normale per una impresa di tali dimensioni e di tale peso sul mercato, ma che sarebbe discutibile nel momento in cui le si volesse impedire di mettere in atto pratiche che per altre imprese sarebbero considerate corrette. Su questo la vicenda di WMP appare emblematica: Microsoft sarebbe stata anche disposta ad accettare correttivi che potessero tenere conto delle preoccupazioni di Bruxelles; in particolare, fornire assieme a Windows Media Player (WMP) anche i due principali softwares multimediali concorrenti. Tale soluzione sembrava più convincente di quella proposta dalla Commissione, e cioè la creazione di una versione di Windows senza WMP da offrire ai produttori di PC ad un prezzo più basso. Quello che Bill Gates non ha accettato è la statuizione di un principio che l'avrebbe vincolato non solo e non tanto nella vicenda specifica quanto per il futuro e che impedirebbe a Microsoft (solo a lei, di fatto) di offrire “in bundle” funzionalità aggiuntive al proprio sistema operativo. Una sorta di “presunzione di colpevolezza”. Il che, in un contesto in cui non è facile prevedere cosa sarà un sistema operativo tra cinque o dieci anni e quali bisogni dovrà soddisfare (difficile, ad esempio, tracciare una linea di demarcazione netta tra il motore di ricerca che si usa per rintracciare documenti sul proprio computer e quello che si usa per ricerche in rete), appare una preoccupazione comprensibile.
Preoccupazione che ha indotto il dipartimento di giustizia USA ad adottare su casi analoghi che vedevano sul banco degli imputati la Microsoft, soluzioni diverse non solo nella sostanza, ma anche nella forma, ovvero soluzioni basate su "behavioural remedies", rimedi comportamentali "su misura" (ad esempio il divieto di imporre Explorer come browser predefinito) e non su principi di difficile adattabilità a contesti mutevoli. La Commissione ha preferito perseguire l'obiettivo di disporre, nelle parole di Monti "di un precedente che fissi principi chiari per il futuro". Il rischio è che, in pendenza del ricorso dinanzi alla Corte di Giustizia, che potrebbe sospendere le sanzioni e durare anni, tale principio da un lato non serva quindi a tutelare la concorrenza, dall'altro si affermi in un contesto futuro sostanzialmente diverso da quello attuale.
Non si tratta in conclusione di difendere Bill Gates "uno squalo" con i denti acuminati necessariamente poco simpatico e che sa difendersi da solo. La scarsa simpatia nei suoi confronti e lo schiacciante successo planetario dei suoi softwares non possono far velo ad un approfondimento critico di una decisione che forse è meno scontata di come appare.
Benedetto Della Vedova
Stefano Mazzocchi
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