Se deve diventare l'Europa dei sindacati allora lasciateci l'Europa dei banchieri, molto meglio
l'Unione Europea si è fondata, nei fatti, sulla cooperazione economica, trovando nell'integrazione dei mercati e nell'obiettivo della piena libertà di circolazione di merci, lavoratori e poi di capitali la spinta più forte al progressivo "depotenziamento" delle frontiere nazionali. Per molti anni indicata da certuni in modo spregiativo come (segue...)
"l'Europa dei banchieri", proprio la realtà del mercato unico ha assicurato legami e interdipendenze che hanno costituito l'ossatura vera della Comunità e posto le premesse dell'Unione. I benefici indubbi dell'integrazione dei mercati hanno reso possibili importanti "cessioni" di sovranità, come nel caso della concorrenza e delle politiche commerciali, da parte delle capitali nei confronti di Bruxelles,.
Attraverso la Convenzione, l'Unione Europea sta ora cercando un'incerta integrazione politica su basi democratiche e liberali, che, almeno in un settore centrale e strategico come quello di una comune politica estera e di difesa, resta una chimera. Al di là di un giudizio complessivo sulla Convenzione e sui suoi risultati, però, si deve sottolineare come proprio il campo dell'economia è stato quello sul quale meno si è discusso e meno si è intervenuti.
In definitiva, la "costituzione economica" dell'Unione, quali che siano i destini del progetto redatto dalla Convenzione, è destinata a rimanere sostanzialmente immutata. Il che, dal nostro punto di vista, è un fatto positivo. Le pressioni per assicurare una politica economica comune e quindi centralizzata, non sono mancate, ma il quadro (confermato) risultante dai Trattati di Maastricht e successivamente di Amsterdam è stato ritenuto adeguato (o impossibile da modificare, che alla fine è lo stesso). Perchè di questo, a differenza che di altro, non ci lamentiamo? In una battuta si potrebbe dire che, mai come in questo momento, l'Unione Europea (i suoi cittadini, le sue imprese) hanno bisogno di politiche economiche "buone" piuttosto che di politiche economiche "comuni". Quello che una politica economica gestita da Bruxelles darebbe maggiori garanzie e benefici rispetto ad una più dinamica competizione tra soluzioni differenti è, a nostro avviso, un luogo comune. Così come è un luogo comune ritenere che sarebbe stata l'adozione della moneta unica a richiedere "automaticamente" la completa armonizzazione delle decisioni economiche.
La necessità di assicurare parità di condizioni concorrenziali tra le imprese dei vari paesi e la possibilità di agire senza vincoli territoriali all'interno dell'Unione hanno rappresentato - e rappresentano - la precondizione della liberalizzazione e l'apertura dei mercati, interesse primario dei consumatori.
Le regole che l'Europa si è data con l'euro sulla disciplina di bilancio, che si aggiungono a quelle sul funzionamento del mercato interno, rappresentano, in definitiva, una costituzionalizzazione di quel vincolo all'equilibrio nei conti pubblici che in Italia fu propugnato da Einaudi ma che non fu mai assicurato dalla nostra Costituzione (art. 81). Che oggi siano i paesi che hanno voluto imporre questa clausola (in primis la Germania, pensando soprattutto alle cicale italiane) a soffrirne il rigore, dimostra la validità di questa regola, non certo il suo fallimento. Qualcuno sostiene che gli USA dimostrano maggiore "intelligenza" dando sfogo in questa fase negativa al deficit spending (militare e non solo): posto che vanno dimostrati i benefici di questa politica, va sottolineato come in Europa i paesi che viaggiano da qualche anno su livelli di deficit non così lontani da quello americano (Francia, Germania e Italia) sono quelli con le peggiori performance di crescita. Davvero vale la pena di scommettere su deficit ancora superiori o non sarebbe meglio ricercare altrove le cause della scarsa crescita e i relativi "rimedi"?
La credibilità e solidità dell'euro dipenderà non solo dalla efficace difesa del patto di stabilità ma anche dalla difesa della autonomia della BCE: il progetto di costituzione ribadisce che il suo obiettivo principale devrà restare quello della stabilità dei prezzi e non quello di assecondare non meglio definiti obiettivi di crescita dei governi dell'UE.
Non possiamo inoltre nascondere una certa soddisfazione per il fallimento della richiesta di una generalizzata armonizzazione fiscale, implicito nel permanere del principio di unanimità sulle decisioni riguardanti il livello delle aliquote e le altre principali determinanti della politica fiscale. Non solo perchè sarebbe fin troppo facile immaginare una armonizzazione verso l'alto, ma perchè proprio la concorrenza fiscale rappresenta un grado di libertà potenzialmente assai benefico per il sistema europeo complessivo. La variabile fiscale (i livelli di imposizione) rappresentano solo uno dei fattori competitivi dei paesi e risponde alle preferenze dei cittadini in fatto di dimensione dell'intervento pubblico nell'economia. Se, per rafforzare l'economia, attrarre investimenti e tutelare i cittadini, Danimarca e Svezia scelgono di mantenere budget pubblici elevati puntando sull'efficienza della Pubblica amministrazione mentre l'Irlanda ha puntato sulla diminuzione delle imposte, che male c'è? Quale vantaggio deriverebbe da un livellamento?
Purtroppo, anche la Politica Agricola Comune ha passato indenne le forche caudine della Convenzione, con il suo carico di inefficienza e di distorsioni - prima ancora che di sprechi. Questa si è un'incongruenza: l'Europa che a Lisbona si è data l'altisonante obiettivo di divenire entro il 2010 l'economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza non sa rinunciare ad un imponente apparato protezionistico che assegna all'agricoltura poco meno di metà del budget dell'Unione anzichè, ad esempio, al sostegno della ricerca e dell'innovazione tecnologica (politiche che, probabilmente, beneficerebbero di una iniziativa anche a livello comunitario).
Ancora, una maggiore centralizzazione della politica economica sarebbe indubbiamente avvenuto all'insegna della difesa e promozione del "modello sociale europeo" e di quella "economia sociale di mercato" che mostra la corda nella sua culla, cioè in Germania (e verso cui tanto i Trattati esistenti quanto il progetto di costituzione all'art. 3 sembrerebbero propendere). Insomma, il rischio era di vedere prevalere una trasposizione europea della politica concertativa - per non dire neocorporativa - che gli italiani ben conoscono. Così, invece, ciascuno sarà libero, in un quadro di vincoli comuni, di perseguire modelli di sviluppo più orientati all'economia di mercato senza aggettivi: i risultati ottenuti verranno giudicati dagli elettori.
Una preoccupazione va espressa per l'inclusione integrale nella nuova "Costituzione europea" della "Carta dei Diritti fondamentali" adottata a Nizza ridontante di cosidetti "diritti sociali" che ci auguriamo non diventino fonte di infinite controversie in sede di Corte di Giustizia europea.
In conclusione, aver mantenuto nei campi dell'economia europea le regole attuali ha rappresentato una scelta saggia, evitando il rischio che ad essere codificato, in realtà, fosse il potenziamento di un nuovo interventismo pubblico. Il che, per chi ancora ritiene che oggi in Europa - nonostante le ricorrenti critiche ad un neoliberismo più evocato che reale - vada ribadito che per avere "buone" politiche economiche bisogna avere "meno" politica e più mercato, tutto sommato, non è un cattivo risultato.
Benedetto Della Vedova
Stefano Mazzocchi
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