Se al collasso finanziario di Enron gli USA hanno risposto dotandosi della severa legge Sarbanes-Oxley, il Regno Unito (non essendo immune, come la vicenda Marconi ha suggerito, da fenomeni di corporate malpractice) non è rimasto a guardare: lo scorso 23 luglio il Financial Reporting Council ha pubblicato il “Combined Code on Corporate Governance”.
L’approccio britannico è tuttavia sostanzialmente diverso da quello americano, e più “antico”. Il Regno Unito, anche in seguito ai gravi scandali e crack finanziari che all’inizio degli anni ’90 hanno colpito aziende come Maxwell, BCCI, Polly Peck, Barlow Clows, è il paese che per primo ha avviato una riflessione sul tema della corporate governance, sfociata nel 1992 nella redazione del “Code of best practice” da parte di un comitato di cui facevano parte rappresentanti della City e del settore pubblico e presieduto da Adrian Cadbury. Il recente Combined Code non è che la revisione (la terza, e più incisiva, in dieci anni), realizzata da un comitato presieduto da Derek Higgs, delle regole predisposte dal comitato Cadbury. Le nuove regole proposte dal comitato Higgs mirano a rafforzare il ruolo dei non-executive directors all’interno del board. La via scelta, ed oggi confermata, da Londra non è stata il “pugno di ferro” legislativo, ma l’autoregolamentazione da parte dei soggetti in causa (riuniti nel Financial Reporting Council, ente privato); e sin dal 1993 l’autorevolezza di tali regole auto imposte è assicurata dall’inclusione tra le listing rules dell’obbligo per gli amministratori di dichiarare se vi si sono conformati e, in caso contrario, per quale ragione. Norme dunque basate sul “comply or explain”.
A livello UE il Commissario Frits Bolkestein ha mostrato, sin dal caso Enron, di non essere tra coloro che giudicano l’Europa più sicura degli USA (e le cronache degli ultimi mesi sembrano dargli ragione) ed ha presentato lo scorso 23 maggio un piano di azione diretto a rafforzare le regole di corporate governance europee, nel quale sono previste sia misure legislative (introduzione per le società quotate di una dichiarazione annuale sulla corporate governance e di norme tese ad agevolare l’esercizio dei diritti degli azionisti) che raccomandazioni non vincolanti (dirette a rafforzare il ruolo dei non-executive directors e ad istituire un European Corporate Governance Forum al fine di selezionare le esperienze migliori dei vari paesi). Bruxelles, vincolata dalle ampie differenze normative esistenti tra i paesi membri, sembra cercare una “terza via” tra legislazione e regolamentazione. La fin qui positiva esperienza britannica potrebbe tuttavia - attraverso un maggior ricorso alla autoregolamentazione, in grado di sovrapporsi in modo più flessibile alle diverse esperienze nazionali - rappresentare un utile modello per l’UE.
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