di Benedetto Della Vedova e Stefano Mazzocchi
Non è più tempo di tentennamenti e rinvii per la revisione del sistema previdenziale italiano. Serve una volontà politica nuova e possibilmente trasversale agli schieramenti che attui una riforma incisiva. Altrimenti la crisi sarà inevitabile e i rimedi più dolorosi.
Che la questione pensioni riguardi l'Europa nel suo complesso, è indiscutibile. Consapevoli da tempo di questo, i Governi dell'Ue hanno cercato di coinvolgere le istituzioni comunitarie nella riflessione sulla riforma previdenziale, nella speranza che queste, attraverso il coordinamento aperto delle politiche previdenziali avviato a Laeken, possano svolgere nei vari Paesi e nei confronti delle opinioni pubbliche una opera di "moral suasion" a favore delle riforme. Ma il premier Silvio Berlusconi, invocando una "Maastricht delle Pensioni", sembra voler prefigurare per l'Ue un ruolo ben più incisivo e diretto.
Perché non è possibile dire "l'Europa lo vuole"
L'interesse e il dibattito suscitati dalla proposta derivano, in primo luogo, dall'evocazione di uno strumento forte - il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht - che per quanto discusso, ha avuto un ruolo di primo piano nel condurre sulla via di una maggiore disciplina finanziaria molti Stati Ue (inclusa, anche se ancora con troppe esitazioni, l'Italia) anche quando questo ha comportato scelte impopolari. "L'Europa lo vuole" è la risposta che, con qualche efficacia, in Italia si è data a quanti contestavano le politiche di riduzione del deficit o talune misure di liberalizzazione imposte da direttive europee. Risposta che ha alleggerito il peso politico di talune difficili scelte. È comprensibile, dunque, come la tentazione di utilizzarla oggi nei confronti della questione previdenziale sia forte.
Ma è una risposta che oggi non può essere data: sebbene l'articolo. 99 del Trattato Ce stabilisca che "gli Stati membri considerano le loro politiche economiche una questione di interesse comune e le coordinano nell'ambito del Consiglio" non vi è oggi una competenza diretta dell'Ue sulle questioni previdenziali (se non per gli aspetti che riguardano il mercato interno e la libera circolazione dei lavoratori). Il coordinamento previsto dall'articolo 99 è del resto espressamente qualificato come mera "sorveglianza multilaterale", priva tuttavia di effettivi poteri di intervento. Più stringenti sono invece gli obblighi fissati dall'articolo 104, secondo cui "gli Stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi", e dal Patto di stabilità, i quali tuttavia hanno possibilità di incidere sui sistemi pensionistici in modo solo riflesso, ovvero nella misura in cui essi, se non sostenibili, non consentono di rispettare il Patto stesso.
Modificare i Trattati?
Da notare, a questo proposito, che la Commissione sta già tentando di attribuire, nell'ambito del Patto di stabilità, maggior peso alla questione pensionistica: nella sua comunicazione "interpretativa" dello scorso novembre ("Rafforzare il coordinamento delle politiche di bilancio"), la Commissione, nel precisare che avrebbe ritenuto ammissibile un temporaneo scostamento dalla regola del "bilancio vicino al pareggio o in surplus" (ferma restando l'invalicabilità del limite del 3 per cento) che fosse conseguente alla realizzazione di una riforma strutturale, ha preannunciato che tale ammissibilità sarà valutata non solo in base al livello del debito in rapporto al Pil, ma anche alla luce delle passività implicite legate alla previdenza e degli "altri costi associati all'invecchiamento della popolazione". L'ipotesi di una modifica dei Trattati e delle norme che costituiscono il Patto di stabilità al fine di specificare i parametri di Maastricht includendovene di nuovi (tra l'altro, nel momento stesso in cui quelli che già esistono sono, a ragione o a torto, duramente messi in discussione) relativi alla dimensione della spesa pubblica per pensioni, come pure l'ipotesi di trasferire nuovi poteri a Bruxelles e attribuire una competenza diretta dell'Unione sulle questioni previdenziali, richiederebbe tempi eccessivamente lunghi rispetto all'urgenza della questione, e non sembra dunque, dal punto di vista del metodo, convincente.
Nel merito, a parte i rischi di "depoliticizzazione" della riforma previdenziale, sottratta di fatto al confronto democratico e delegata alla tecnocrazia di Bruxelles, e quelli legati all'affidare (tra l'altro con qualche problema di rispetto del principio di sussidiarietà) una questione così socialmente conflittuale e politicamente sensibile a istituzioni non ancorate a una piena legittimazione democratica, è discutibile che la via dell'armonizzazione sia preferibile a quella della competizione nel trovare soluzioni diverse a livello nazionale. Lo stesso Giuliano Cazzola, riferendosi ai Paesi entranti, denuncia giustamente il rischio di una Europa che "pretende di imporre il proprio sistema di welfare". Infine, la commisssaria europea per gli Affari sociali Anna Diamantopoulou è stata netta: "Ci sono grandi differenze da Paese a Paese, non solo economiche ma anche di cultura del lavoro (...) Se per Maastricht delle pensioni intendiamo parametri fissi ad esempio per l'età di pensionamento o eventuali meccanismi di sanzione, non credo che possa funzionare".
Tra l'altro, detto en passant, la vicenda di questi giorni della riforma delle pensioni dei funzionari delle istituzioni europee, non autorizza particolare ottimismo circa una maggiore capacità di Bruxelles di resistere alle pressioni sindacali: il compromesso raggiunto è tale per cui gli effetti e i costi della riforma saranno sopportati soprattutto dai futuri dipendenti e da quelli più giovani. Non certo un buon viatico per una efficace opera di moral suasion.
I limiti del coordinamento aperto
La via alternativa a una modifica del Patto, contenuta nel documento Brunetta-Cazzola, è quella del rafforzamento del "coordinamento aperto" deciso a Laeken e di cui il rapporto congiunto di Commissione e Consiglio presentato a marzo costituisce una prima rilevante tappa. Si tratta di un metodo che è stato già sperimentato in primo luogo con i "grandi orientamenti di politica economica" (Gope) formulati annualmente dal Consiglio su proposta della Commissione come pure, attraverso il cosiddetto "processo di Lussemburgo" in un altro settore in cui non vi è una competenza comunitaria, quello delle politiche per l'occupazione. Tuttavia, se è vero che dai Gope sono spesso arrivate analisi e indicazioni molto ragionevoli rispetto ai problemi individuati, occorre riconoscere che il meccanismo della "peer pressure" non ha prodotto i risultati sperati: le raccomandazioni di Bruxelles si ripetono annualmente restando, nella maggior parte dei casi (e in quello italiano in particolare), inascoltate.
Anche il meccanismo prefigurato da Brunetta e Cazzola per la creazione di un "Fondo per la riforma delle pensioni" imporrebbe i costi maggiori, tra contributi e sanzioni, ai Paesi i cui sistemi previdenziali sono più insostenibili, salvo poi concedere risorse quando tali Paesi si saranno ravveduti e avviati verso le politiche "virtuose" indicate dall'Ue. Si tratterebbe dunque più che di un sistema di incentivi, di un sistema di penalità eventualmente revocabili: un sistema che, incidendo sui paesi più in difficoltà nel fare le riforme, non mancherebbe (forse più di quanto non accade per il "più generico" Patto di stabilità) di innescare forti tensioni politiche. Un sistema che, oltre a richiedere probabilmente un intervento sui Trattati, potrebbe forse essere accettato se i contributi per il fondo e le sanzioni sono di modesta entità, ma in questo caso anche l'efficacia sarebbe tutta da dimostrare.
Semestre italiano e questione previdenziale
In conclusione, senza alcun cerchiobottismo: il contributo della proposta Brunetta-Cazzola è senz'altro importante perché punta, sulla scorta dello slogan lanciato da Berlusconi, a inserire la riforma del sistema pensionistico italiano nel quadro ampio delle riforme europee. Inserendo la questione previdenziale tra le priorità della presidenza semestrale della Ue, il Governo italiano farà pure cosa assai utile. Il confronto a livello europeo, però, difficilmente sfocerà nella definizione di strumenti giuridici vincolanti (al di là del fatto che ciò sia o meno auspicabile) in tempi adeguati.
Più praticabile la via della definizione di obiettivi comuni o convergenti, che i Paesi si impegnano a rispettare: una sorta di punto di ancoraggio per le politiche nazionali. Ma in questo caso, come dimostra l'esempio degli obiettivi di Lisbona (parole altisonanti ripetute come un mantra, fino ad ora seguite, in definitiva, da pochi e inadeguati "fatti"), la questione centrale resta la volontà politica di Governi e Parlamenti, il coraggio di sfidare le lobby dello status quo e del rinvio, politiche e corporative (in primis sindacali). Nel caso nostro, il miglior viatico per la presidenza italiana sul tema pensioni sarebbe l'attuazione di una riforma incisiva e coraggiosa. Purtroppo però, dopo un periodo di tentennamenti (le pensioni si riformano dopo il 2006, si disse all'inizio della legislatura, per poi passare alla riforma "ineludibile" ma politicamente impraticabile), si è arrivati alla definizione di un provvedimento striminzito, l'attuale delega, che rischia di arrivare in porto ulteriormente depotenziato a causa della tetragona opposizione sindacale. Del resto, qualora avesse successo il tentativo di riforma del governo Raffarin, rischierebbe di risultarne indebolita la posizione italiana nella trattativa sui conti pubblici che il Governo italiano sembra intenzionato ad avviare in sede Ecofin: una ragione in più, per il Governo, per non fare passare inutilmente i mesi prossimi.
Sul capitolo pensioni, l'Italia paga ancora lo scotto delle grandi manifestazioni di piazza al grido di "no al massacro sociale", sponsorizzate da una parte della sinistra e dal sindacato, e della illusoria difesa di presunti interessi "del Nord" da parte della Lega. Ciò che serve, dunque, è l'emergere di una consapevolezza e di una volontà politica nuova, radicale, trasversale se possibile, che metta il futuro anziché il passato al centro dell'azione. La popolazione invecchia e, come a suo tempo ben evidenziato su lavoce.info, invecchiano gli elettori, divenendo nel complesso sempre meno propensi ad affrontare il tema pensioni (il che è tanto irrazionale quanto comprensibile). Non c'è tempo da perdere, dunque, nemmeno quello di una discussione europea, che deve procedere solo a patto di non deresponsabilizzare le decisioni nazionali.
Altrimenti, non resta che affidarsi al "tanto peggio, tanto meglio" e sperare che una qualche grave crisi obblighi senza via di scampo a rimedi drastici e dolorosi più del necessario: poco importa, a quel punto, se dettati da Roma o da Bruxelles.
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