"Non abbiamo ritenuto utile preparare le strategie per tutti i possibili scenari ipotizzabili, perchè vi è ancora troppa incertezza": questo il succo del G7 nelle parole del Ministro delle finanze francese Francis Mer, che ha ospitato a Rue du Bercy il vertice dei ministri economici e dei banchieri centrali dei "Sette Grandi".
L'incertezza che avvolge la situazione economica attuale e i suoi possibili sviluppi ha indotto dunque i responsabili economici delle potenze industriali a posporre ogni decisione sul se e come intervenire. Anche perchè Francia e Germania, partigiani del disarmo pacifico dell’Iraq, non volevano dare l’impressione di avallare, con l’annuncio di una strategia economica comune, l’intervento armato.
Anche tra i banchieri centrali, la linea che ha prevalso è stata quella, come sempre prudente ed attendista, del "wait and see" di Wim Duisenberg, il quale tuttavia, ha ribadito che se le incertezze sono crescenti, ve ne sono invece sempre meno sul fatto che nei prossimi mesi occorrerà rivedere al ribasso, come ha già fatto il FMI, le stime di crescita dell'Europa. In queste parole il governatore della BCE sembra voler ridimensionare i rischi di inflazione evocati nel passato in risposta a chi gli chiedeva maggior rigore ed attenzione alla crescita, e preparare il terreno ad un ribasso dei tassi di interesse, seguendo l'esempio USA.
Un nulla di fatto dunque? Non proprio, se consideriamo il clima tempestoso che ha prevalso sulle relazioni transatlantiche nelle ultime settimane: una tenue schiarita nei rapporti Francia-USA sembra far capolino dal giudizio favorevole espresso da Francis Mer sul piano di tagli alle tasse dell'amministrazione Bush, piano criticato invece dal Governatore Alan Greenspan e dagli altri banchieri centrali presenti, oltre che dal ministro delle finanze tedesco Hans Heichel. Da parte sua il ministro del esoro USA, John Snow, ha ricambiato dichiarando che "nello scenario non bisogna dare per assunto che la guerra sia inevitabile". E comunque è stata riaffermata la volontà di unire gli sforzi per affrontare la congiuntura economica negativa, in particolare nell'eventualità di un conflitto.
I francesi hanno voluto avviare la loro presidenza del G7 per l'anno 2003 tentando di ritrovare una linea europea condivisa e tentando di ritrovare una comunità di intenti con l'altra sponda dell'atlantico. Per tagliare corto con qualsiasi polemica pubblica sulla situazione irakena, Francis Mer ha tenuto a precisare che "una possibile guerra non è tema che riguardi le nostre responsabilità". Anche una foglia di fico è un segno di attenzione.
La cautela francese fornisce a Wim Duisenberg la possibilità di indicare una linea comune per una Europa ancora convalescente dopo le lacerazioni delle ultime settimane. Una linea attendista certo, ma non immobilista, che ha in primo luogo mirato ad evitare che la questione dei tassi di interesse divenisse quella più controversa, mostrandosi pronto, probabilmente entro il prossimo mese, ad intervenire al ribasso sui tassi.
Malgrado le dispute sull'efficacia e sugli effetti del crescente deficit americano, il governatore della BCE ha riaffermato la necessità di non forzare i pur ristretti margini di manovra dell'economia europea, ribadendo che sarebbe un ben misero contributo alla stabilità futura il mettere in discussione la disciplina finanziaria imposta dal Patto di Stabilità e Crescita.
AL G7, grazie a Duisemberg, l’Europa, sempre più zoppicante sul piano mondiale, è riuscita a tenere una linea comune. Un bilancio di gran lunga positivo se lo si confronta alla riunione di Tokyo della conferenza ministeriale del WTO, dove l’Unione si oppone alla proposta del presidente del gruppo di negoziazione sull’agricoltura, Stuart Harbinson. In questo caso, l’ostinatezza francese impedisce di fatto ogni avanzamento sulla liberalizzazione dei mercati agricoli, nonstante buona part degli Stati membri dell’UE sia favorevole all’abolizione della PAC. La cacofonia sui sussidi agricoli del fine settimana di un Chirac alla ricerca di sostegno sulla questione irachena non fa che compromettere sempre di più la credibilità dell’Unione europea nelle istituzioni internazionali.
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